FREUD FIGHTER – IL VIDEO GAME FPS DELLA PSICANALISI

Doveva essere stato un ragazzo sveglio, di questo era sicuro. E come sbagliarsi? Lo aveva visto guidare una vecchia Mini bicolore, ecco perché se lo ricordava. Aveva realizzato una app per levare il lavoro a qualcuno. A chi? Cercava di mettere insieme frammenti. Oppure qualcosa con arduino che sostituiva un artigiano. Ah, no, no. Ecco. Aveva progettato quel videogame che era stata la delizia degli intelligenti per un paio di mesi. Di che cazzo trattava? Ah, sì. sì.

Elektran a passo veloce lungo le strade di una Vienna in fiamme. La strada è bloccata da carcasse di auto, blocchi di cemento e giganteschi denti. Aggira un molare, cerca di muoversi rapidamente per cercare di raggiungere il tempio buddista. Il tempio buddista se hai scelto di combattere con una donna, per il protagonista maschio la destinazione è la sinagoga. Scavalca dei tubi contorti che un giorno ruotavano dando forma alla skyline, la vecchia ruota del Prader.

Ti stai mordicchiando le unghie. Vieni con me dall’analista.
No.

Ratatatatatatata OSSESSIVO-COMPULSIVO 300 pt

Ehi tu!
Sì? Hei che bella ragazza che sei.
Ti stavi specchiando nel finestrino della Chevy Bel Air.
Sì, certo.
Seguimi dall’analista.
Ma sei pazza!

Bum-bum-bum (si avvicina con circospezione a quello che sembra un cadavere fumante)(l’uomo si rialza all’improvviso e si pettina con un mozzicone di pettine disintegrato) Ratatatatatatata NARCISISTA PATOLOGICO 1800 pt.
(due uomini le si fanno incontro)

Fammi passare.
No.

ratatatatatatata OPPOSITIVO 50 pt.

Fammi passare – dice al secondo.
Sì, certo.
Bene, scansati.
L’uomo non si scansa.

Fammi passare.
Sì, certo.
E allora scansati.
No.
Ti scansi o non ti scansi?
Sì.
Sì che?
No.

Ratatatatatatata – BIPOLARE 120 pt.

Vieni con me dall’analista.
Sono centrato. Non ne ho bisogno.
Ah ah ah. Tutti ne hanno bisogno. Arrenditi.
Ho il mio equilibrio. Ho tutto.

Ratatatatatatata
Non accade nulla.

Ratatatatatatata.
Nulla, ancora.

Bum-bum-bum.
ASSERTIVO DI 7 – LIVELLO – GAME OVER

(FREUDFIGHTER è un estratto da Pregaballin, un racconto di Enrico Azzini, riproduzione riservata)

 

NELL’OCCHIO DI CHI GUARDA

Un occhio umano nelle sue condizioni normali. In assenza prolungata di episodi piacevolmente sorprendenti o inaspettati la pupilla assume le dimensioni che la fisiologia indica come normali, mentre assegnerebbe alla dilatazione del diametro la definizione di una patologia (midriasi).

Nelle mie medie (1979-1981) avevamo in classe un ragazzo che camminava dimenandosi e aiutandosi con le grucce, e anche ad esprimersi lo faceva con difficoltà. Se entrava in un discorso lo si chiamava per nome o per cognome. Mai chiamato handicappato (disabile sarebbe stato più in là da venire), né mai sentito che così lo chiamassero i compagni.

Poverino, quando cominci a sentire le differenze ecco che già è un problema. Normalità e diversità sono come innocenza e colpevolezza. Non nella mente dell’uomo religioso, ma nel semplice diritto. Potresti assumere che tutti siano diversi fino a prova contraria, è sempre una questione di sistema di riferimento, quindi anche di fisica. A questo punto entrerebbe in gioco la volontà di costruire un sistema di coordinate.

Se ti rendi conto che è ormai da molto tempo che nessuno riesce a sorprenderti puoi provare a ripristinare il corretto diametro della pupilla con un autoiniettore di atropina da 2 mg. Le istruzioni sono molto semplici, indicate anche per degli analfabeti di ritorno. Questi dispositivi hanno cominciato a distribuirli nei quartieri dove non succede poi molto, è sufficiente recarsi al Municipio, non è necessaria l’impegnativa del medico.

Il rifiuto della cura può configurarsi a qualsiasi livello. La visione corretta è un obbligo che rientra in un ordine di grandezza che consideriamo un assioma fisiologico o sociale. La scala è importante quanto lo scegliere. In un racconto di Borges (che, come tutti sanno, morì cieco: è in Il testimone, Antologia personale) si spegne l’ultimo Sassone, come nel tempo vi fu un giorno in cui si spensero le ultime pupille che videro il Cristo; la battaglia di Junìn e l’amore di Elena morirono con la morte di un uomo.

Sarebbe da vedere quale sia il rapporto che gli strumenti che la scienza e la tecnica ci mettono a disposizione ha con le immagini, se le conservino in qualche modo anche se non siano stati progettati a scopo di registrazione e storage. A volte, nel dormiveglia del mattino, riesco a vedere, leggermente confusi di rosa e azzurro splendidi, lo Château d’If e le Isole oltre la Porta d’Oriente e mi chiedo se questa visione non sia dovuta alla benevolente trasmissione di Marsiglia proveniente dai miei occhiali persi e annidati tra gli scogli tra l’Anse de Maldormé e l’Anse de Fausse Monnaie.

Mi chiedo inoltre se in certe lenti a contatto ingiallite come ambra possano ancora risiedere i segmenti fossili delle gelosie e del sangue incosciente al picco dell’epidemia (Rock Hudson era morto da poco) prima che lei partisse per l’Ungheria, delle mareggiate di ottobre o di grandi speranze.

IL GRANDE CINEMA ALL’ASTA A LOS ANGELES – NANO: PAPERINO? BATTE TUTTI I RECORD

Non ce l’ha fatta questo povero pupazzo di Yeti: il gigante del 20° secolo contro NANO: PAPERINO? Il simulacro che tutti ricordano appeso all’elicottero è stato aggiudicato per 1,2 milioni di $, mentre il lotto relativo al film che molti reputano superiore a Blade Runner di Ridley Scott quasi il doppio, 2,15 milioni di $.

Si è svolta venerdì scorso nella sede californiana di Christie’s l’asta dedicata ad alcune tra le più preziose memorabilia del cinema dell’ultimo mezzo secolo. Tra i pezzi più attesi battuti a Santa Monica il gigantesco simulacro di uomo delle nevi utilizzato in Yeti: il gigante del 20° secolo. Capolavoro assoluto del genere, diretto nel 1977 da Frank Kramer e con un glorioso cast nel quale spiccava Antonellina Interlenghi, sembrava potesse spuntare il prezzo più elevato se non avesse trovato sulla sua strada NANO: PAPERINO?, il kolossal e instant cult movie che alla sua uscita stupì critici e pubblico.

Il grande successo del film fu attribuito alla sceneggiatura – che ottenne una statuetta, le altre per miglior regia, scenografie, musica e miglior attore non protagonista, Nano – e soprattutto ai dialoghi. Assolutamente straordinarie le battute della scena d’amore tra Chaney e Lora nell’appartamento di Dick. La bozza di questa scena fu scritta in una camera di motel, richiese un mese intero e lo stimolo di tutte le sostanze psicotrope allora conosciute più una che sintetizzarono direttamente lì per lì, la quasidrina. Parliamo di una sensibilità e di una attenzione ai dettagli che ne fanno probabilmente una delle scene d’amore di maggior successo della storia del cinema.

Il lotto d’asta relativo alla realizzazione di NANO: PAPERINO? comprendeva la sceneggiatura completa, lo storyboard, diversi costumi di scena ed una serie di preparative per quello che fu uno degli elementi più complessi del film, il linguaggio. Un think tank composto da linguisti, glottologi, antropologi e sociologi lavorò per circa un anno per mettere a punto una forma linguistica che soddisfacesse gli altissimi requisiti che la produzione riteneva assolutamente indispensabili. L’idea di base fu ispirata dalla neolingua apparsa in 1984 di Orwell, ma con una sfumatura ancora più radicale. Tra gli oggetti del lotto infatti una nota scritta su un tovagliolo di carta del Peggy Sue’s 50’s Diner – l’unico posto dove puoi mangiare qualcosa sulla I 15 tra Barstow ed il confine con il Nevada –  dal linguista Arthur J. Buzzi. Nonostante sia stato reso piuttosto illeggibile da una sbadataggine, conserva ancora la tensione ideale di chi lavorò al film:

“L’idea è questa: sono sopravvissute solamente poche parole e ogni comunicazione avviene combinando questo vocabolario essenziale. Questa potrebbe essere una tipica conversazione tra due impiegati del catasto appena usciti dal lavoro.
Nano: Paperino? (Come va?)
Paperino. (Bene)
Bistecchina? (Andiamo a mangiarci qualcosa?)
Paperino! (Bella idea!)
Ambulanzina ambulanzina? (Ma non ti sei sentito troppo bene ieri, ve’?)
Paperino. Ambulanzina ambulanzina bistecchina (Già. Credo di aver mangiato una cofana di roba che mi ha fatto male)
Ambulanzina bistecchina Paperino! (Ho saputo che oggi hanno portato della roba da mangiare veramente buona!)
Paperino Paperino! (Accidenti)
Nano? (Andiamo?)
‘namio! (Andiamo!)
Ma hai detto ‘namio?
No, ho detto Nano, perché?
Ho sentito ‘namio, io a te te denuncio, sovversivo, ribbelle della Luisona!
Te me denunci un cazzo, pezzo de merda! E poi è tanto che te lo vojo dì, me scopo tu sorella!
Paperino Bistecchina Paperino Bistecchina Paperino! (‘sta zoccola! E’ capace che se fà mette ‘n mezzo da tre alla volta).

Una delle tavole a colori dello storyboard originale, la quasistarship di Chaney atterra sulla piattaforma T-65 di Extralaurentino. Ancora pochi minuti e il protagonista si congiungerà con Lora nell’appartamento di Dick.

Dall’asta di Santa Monica insomma una nuova conferma che il mondo del cinema e forse la nostra stessa vita non sono stati più gli stessi dopo l’uscita di NANO: PAPERINO?

LA MANO SUL MARE

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Mano di Sir Edward Harland, fondatore del cantiere Harland & Wolff, BELFAST. Caratterizzò i suoi progetti con chiglie piuttosto quadre e strette. Le prime realizzazioni in proprio ebbero nomi tutti mediterranei, Venetian, Sicilian e Syrian. Nessuna nave realizzata nel cantiere irlandese che porta il suo nome insieme a quello di Gustav Wilhelm Wolff raggiunse tuttavia la notorietà di quella che salpò per il viaggio inaugurale il 10 aprile 1912. 

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Mano che vernicia il friso di un motopesca, NETTUNO. La necessità del quotidiano per vivere e per manutenere infilata nel sublime di un sindaco di Belfast e Membro del Parlamento e una creatura così morbidamente immaginaria. Necessità indifferente al grigio che ormai è stato diluito, finisco il barattolo pure se è tardi, gli zinchi, lo spalmo che ti pizzica il naso e solo un velo sull’occhio dello scanajo, dà pioggia e se non ci si sbriga sono cazzi.

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Mano leggiadra di donna che celebra un certo ottimismo sul futuro, Deutschen Schiffahrtsmuseum, decorazione interna nave da crociera, BREMERHAVEN. La donna solleva lo sguardo perché la sua figura seminuda fa ombra ad alcune reliquie del Wilhelm Gustloff, il piroscafo protagonista del più tragico naufragio di tutti i tempi. I siluri lanciati da un sommergibile sovietico e le acque gelate del Baltico (era il 30 gennaio, oggi) non lasciarono scampo ad oltre 9000 persone, tra militari e civili. La residua memoria del dramma la dobbiamo a Gunther Grass con Il passo del gambero.

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Aperitivo indipendente indicando qualcosa che accade all’Arsenale, VENEZIA. Una Biennale di qualche Arte, innamorati con lei via i sandali, molti calli da fare. L’U513 ha sceso lo scivolo e ora galleggia alla deriva, urtando i tavolini e spillando goccioline arancio. Maggior fortuna per Catiusha +1(514)583-6198, addio al celibato, lo sperma pare fa bene alla pelle. 

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Mani che puliscono e riparano reti, ANZIO. Davanti a questi gliuommeri si sdrammatizza che se le mani avessero paura come ce l’hanno gli occhi allora non farebbero più niente. Ma lo gnommero, garbuglio, groviglio, stanno tutti nella vita, ci vogliono occhi e mani buone ed un orologio da polso non privo di grazia.

(foto e testo di Enrico Azzini)

PINETA SACCHETTI -IL GIOCO E LA MORTE #2 -Un ultimo sguardo

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C’è una specie di prua franosa che si affaccia sui grattacieli e su un tratto della Roma -Viterbo. Sotto, la lamiera ondulata delle carrozzerie. Prima che la terra si riarrampichi verso Monte Ciocci, i suoi ovili e i pecorari, tu leggi tutta quella toponomastica di argille che un tempo si lavoravano per edificare la Roma Capitale, gli embrici, le ceramiche, i laterizi, le campigiane. Meno di un miglio sacro ancora per il centro cupolare della Cristianità. Una mattina sulla prua era rimasta a frangere la schiuma di lattice dei guanti della Scientifica.

Nascosta dietro il verricello di una ginestra venne piantata una croce. C’era qualche fiore di plastica, qualcuno vero. E’ campagna, era sufficiente raccoglierli lungo la strada. Eppure se c’è un motivo per il quale ricordare Rolan – oltre a quell’umana pietà dovuta a tutti – è che il punto dove venne ammazzato ci offre la possibilità di esercitare con ragionevole approssimazione un arbitrario diritto ad immaginare dove venne indirizzato il suo ultimo sguardo. E’ un atto tutto nostro, l’ipotesi migliore, un desiderio personale, un poco d’aria, di ambizione finale almeno a spiccare un volo più libero di qui che su altre traiettorie. Magari guardava da tutta un’altra parte.

PINETA SACCHETTI 11 NOVEMBRE 2016 (1) LA LAPIDE DEL PARRUCCHIERE ASSASSINATO.JPG

Ci sono persone le cui impronte – come quelle di Rolan – sembrano scomparire rapidamente. Più noto era Mario Pegoretti, il “truccatore dei vip”, ucciso da due marchettari romeni la sera 25 aprile 2015. Il più giovane degli assassini aveva compiuto 18 anni proprio il giorno dell’omicidio. Arrestato alla fine di quello stesso mese, si sarebbe impiccato a luglio a Regina Coeli. Nessuno dovrebbe offrire il minimo appiglio a un diciottenne per ammazzarsi in carcere ma la questione non pare abbia rappresentato un problema. Preventivata una sughera lì sul luogo del delitto per ricordare Pegoretti, l’albero si trasformò in una massiccia lapide di marmo che venne sistemata nel giardino della Casa del Parco, poi rimossa per motivi di sicurezza dalla posizione originale e accostata di malavoglia alla recinzione. Sull’ultimo sguardo di Pegoretti è difficile abbandonarsi a congetture. C’è poco da volare. Una vasca di mattoni. Una palma che oggi dopo il punteruolo rosso è diventata un dito nero. Giù campi da gioco, finito male.

(foto e testo di Enrico Azzini – il diario fotografico completo di Pineta Sacchetti su oltreroma)

PINETA SACCHETTI -IL GIOCO E LA MORTE #1 – Asfodeli

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Un’estate – poco prima dell’incendio del 2007 – ero sceso attraverso la sughereta giù per i canali d’argilla, fino al torrente. A destra si diradavano le canne fino ad arrivare al campo sportivo. Lo si poteva raggiungere passando sulle palanche gettate su una pozza nella quale un All Cars Charlie – un triciclo a motore – giaceva semisommerso. Già che un Charlie stesse in agguato in quella poca acqua ferma è un accostamento che non va sottovalutato. Tanto surf non lo sa fare. Per i rovi più ricchi di more ci si doveva infilare a sinistra, per quel sentiero che poi può condurre fino al Forte. Ogni anno che passava e le more arrivavano con maggior anticipo. La gramigna impigliavai passi. Poi un buco. Una radura di erba rasa. Circolare. Al centro una seggiolina per bambini. Ogni elemento di legno era stato dipinto con un colore diverso. La seduta era di paglia. Sulla seduta un vaso. Nel vaso una pianta di marijuana. Nitida e stilizzata, fuori luogo eppure nel luogo, che assorbiva ogni cosa. Poi venne l’incendio e per un soffio un profumo diverso si sarà levato nell’aria.

Ci  può essere una premeditazione oltre il comune sentire. Non sai mai quello che passa nella testa della gente. A volte invece potremmo essere noi a lasciarci andare nell’attribuire significati. Eppure esistono i fatti. Un vasetto con una pianta d’erba su una seggiolina in una radura è un fatto. Altrettanto, un fatto è che qualcuno ha cosa, questo, veramente? le ha trovate e raccolte? le ha portate con sé? Solo chi agisce conosce il suo movente. O almeno crede. Due eliche viola infilate in uno stelo di carota selvatica (daucus carota).

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Una quercia si distingue a pochi metri dalla cresta e da una siringa. Sull’albero spesso si riposa un gheppio (falco tinnunculus). E’ fine gennaio. Attorno la vegetazione riconquista la collina. La primavera che cancellerà quasi ogni traccia dell’incendio dell’agosto precedente, quando dai tavolini del bar di Luis potevi toccare i Canadair.

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Ciuffi di foglie di asfodelo (asphodelus), la pianta favorita dalla cenere, la pianta dei morti che in vita non furono né buoni nè cattivi, la pianta di tutti, no? Come l’oroscopo, il simbolismo è una gran cazzata. Il mito è una parola. Ancora qualche settimana e i fiori di eliche si confonderanno con quelli di asfodelo. Il mondo vedrà allora il nascere delle asfodeliche, sopra le quali un rapace veglia chi “aspira al Regno” grazie alla decisione di nullificarsi ogni volta un poco di più.

(foto e testo di Enrico Azzini – il diario fotografico completo di Pineta Sacchetti su oltreroma)

LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE E LA LUCE DELLA DUNA DI PAF

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Di Duna,  lampada a piantana progettata da Mario Barbaglia e Marco Colombo e prodotta da PAF nel 1986, sembra che ad oggi siano sopravvissuti solamente due esemplari. Per una strana coincidenza entrambi nella stessa città. E per una circostanza ancora più singolare, entrambi legati alla stessa persona.

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L’uomo aveva pensato che l’amore meritasse scarificazione. Senza concedersi qualsiasi ulteriore riflessione si era completamente levato la pelle dalla carne. Camminava con gli avambracci e le palme delle mani rivolte in avanti, come lo stesso incavo del gomito, dove s’innestano i tendini del bicipite e si annidano certe ombre, e la parotide ed il digastrico pronti ad accogliere il primo bacio. Si era sentito sollevare il braccio sinistro e distendere la mano destra perché nulla di sé potesse andare perso. Aveva sentito la donna per la quale aveva preso il primo respiro.

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La prima cosa che lo colpì fu il sesso eterno. La donna giaceva scomposta. La testa era reclinata e la mano sinistra inquietamente contratta. Il resto smembrato in buon ordine attorno a lei perché tutti potessero stupirsi alla trasparente spontaneità che palpitava profonda e selvaggia tra la sua pelle lucida e fresca di susina cerea. Ma c’è buio, e il buio chiedeva luce. A febbraio un desiderio che già animava quelle due carni straziate aveva ricominciato a montare. E allora il bisogno di luce crebbe come si affondano unghie nella pelle per chi è riuscito a conservarsela.

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Luce attraverso minuscoli cerchi di vetro opachi, gialli tra piombo. Ai margini della trifora l’edera che si arrampica fuori assorbe altra luce. Per portare a termine questa partita è necessario accendere una lampada. Quella da tavolo non funzionava, la pergamena del paralume era ancora troppo umida ed era così comodo far finta di non sapere a chi era stata strappata. Piccola escursione del dito di lato, così, si accende.

“Noi ci spariamo” mise talmente in allarme la donna che stava loro di fronte che dovettero aggiungere “ci siamo sempre spariti”. Con un gesto della mano indicò un mobile di noce sorvegliato alla sommità da gargolle tarlate. L’uomo riconobbe i tarli, e la donna le gargolle. Scelsero delle immagini che avrebbero dovuto rappresentarli e poi si addormentarono perché il copridivano a piccoli fiori potesse incollarsi alle loro piaghe.

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Una duna è un accumulo sabbioso che permette di piazzare a piacimento piante pioniere, guerrieri, principesse, ma anche – come detto – un progetto di Mario Barbaglia e Marco Colombo prodotto da PAF. Quando si destano, dall’altra parte della città, la lampada picchia il suo quarzo su una vela che tre corte cime fissano a dei golfari avvitati nelle pareti. La base della piantana è di ghisa, convessa come una lente scabra e nera, inutile e firmata. La sabbia si è fatta polvere.

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Le fughe dallo sradicare i malintesi resero il quieto vivere del passato così leale all’ombra delle querce nel sole, quasi una nostalgia. La tavola che raidi da solo chiami libri, e il libri che leggi da solo chiami città ideali, e le minute difese di queste chiami pelle che alligna ormai troppo spessa per essere scortecciata. La donna riconobbe l’insidia della guerra di mina, e l’uomo di nuovo i tarli.

CITTA' IDEALE 05

Non riferendosi alla storia della Duna di PAF, così dice il Pirquei Avoth (II, 19):

Non spetta a te portare a termine il lavoro, ma non sei nemmeno libero di sottrartene

(testo e foto di Enrico Azzini, un ringraziamento a Silvia Mattioli per la copia del romanzo di Lethem)

LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE E LA LUCE DELLA DUNA DI PAF

LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE E LA LUCE DELLA DUNA DI PAF

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MINORANZE ETNICHE 2600

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MINORANZE ETNICHE 2600

Non che questo secolo che apre il millennio ci abbia finora offerto qualcosa di particolarmente entusiasmante. Ci prova a risollevare la situazione la malese Amok (1) che propone, esclusivamente per il mercato italiano, la Minoranze Etniche 2600. Derivata dal pianale universale della Bodek (2), la Minoranze Etniche viene incontro ai gusti particolari del guidatore italiano, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche di guida. Abbiamo provato l’auto malese in un lungo test prima su strade aperte al traffico e poi in pista.

ESTERNO

Particolarmente riusciti gli specchietti retrovisori, la cui aggressività si armonizza alla perfezione con il resto della carrozzeria.

INTERNO

L’amministratore delegato della Amok Italia, che ha seguito le nostre prove e che ci ha ospitato nella sua splendida tenuta toscana, ci ha confessato che, nel corso della progettazione, gli stilisti della Casa malese hanno preso come punto di riferimento il leggendario panno Lancia. Al nostro appunto che non ci risultava che il panno Lancia fosse di qualità così scadente, l’amministratore ci ha sorriso con semplicità tutta orientale, invitandoci a gustare un pregiato Brunello di Montalcino prodotto nella Fattoria dei Barbi, anno 1959.

COMPORTAMENTO DINAMICO

Il traffico è lento sulla tangenziale. E’ già buio e constatiamo la profondità del fascio luminoso dei fari al radon. Accostiamo, suscitando l’attenzione di alcune persone, che ci chiedono subito di quale modello si tratta. Le informiamo che si tratta di un’anteprima italiana e le invitiamo a salire per un giro. Anche per gli intervalli di manutenzione la Amok raggiunge uno standard al quale prima o poi tutte le Case saranno costrette ad adeguarsi. Il cambio olio ogni 80.000 chilometri è dovuto in gran parte alla viscosità praticamente eterna dell’SR30 della Jamban (3), una consociata della Amok. Ne è passato di tempo da quando il lubrificante più efficiente era la saliva. Gli ospiti apprezzano al primo contatto i rivestimenti ispirati al panno Lancia, però ampiamente superato nella morbidezza e nella resistenza all’usura, poi l’incredibile capienza del bagagliaio. Li salutiamo nei pressi di una strada sterrata di periferia. E’ tardi e comincia a piovere. Il tergicristallo, grazie a un sensore, si attiva automaticamente alle prime gocce. Lo sportellino del tappo del carburante si apre con una leva posta sotto il piantone. Anche l’accendisigari svolge egregiamente e rapidamente la sua funzione. La Minoranze Etniche 2600 si disimpegna bene anche sul fondo sconnesso. Merito soprattutto delle sospensioni a bracci multipli sia sull’anteriore che sul posteriore; anche le asperità vengono perfettamente assorbite dai gruppi molla-ammortizzatore oleopneumatico e le vibrazioni allo sterzo risultano estremamente contenute. La mattina seguente ci aspetta la prova in pista. Le linee tese della coupé malese sembrano attendere con ansia il momento in cui affonderemo il piede sull’acceleratore™. Prima, seconda, terza, l’ago del contagiri sembra non accusare il calo di regime tra una marcia e l’altra™. Ci troviamo così alla prima staccata: dopo una violenta frenata la Amok si inserisce con precisione in curva™. Un leggero sottosterzo in entrata, poi l’equilibrio della vettura ci invita a pigiare sul gas™. Non è difficile contrastare il sovrasterzo in uscita, del resto piuttosto contenuto™, anche senza il dispositivo antipattinamento KHFC (4) attivato. Le curve si succedono con rapidità, senza mettere mai in crisi™ la Minoranze Etniche 2600. Anche l’improvviso rilascio dell’acceleratore in curva non altera l’eccellente stabilità™. Straordinari i freni a disco di grande diametro che anche dopo un uso intenso e prolungato non accusano mai problemi di fading™. Ci sorprende il consumo estremamente ridotto nonostante il propulsore giri costantemente a pieno carico™.

——– ——
Quando la Amok, alcuni anni orsono, per la prima volta fu importata in Italia, molti esperti del settore, e noi tra loro, ———- —– — —- ———–. Oggi dobbiamo ricrederci: il marchio malese possiede —– — —– — —— — ———– — ——- ———– — ——- ——–. La Minoranze Etniche 2600 piacerà al rappresentante di commercio —— ——— che vuole distinguersi per sportività, al giovane che pensa in grande e al professionista —— —– ——— —–‘ tedesche e italiane. Piacerà all’occidentale che ragiona per analogie trovando un po’ dei Faraglioni di Capri nella baia di Along. Per reagire a questo stallo non abbiamo trovato di meglio che collocare nel bagagliaio della Minoranza Etniche 2600 0,5 kg di T4 con un detonatore attivato da un telefono cellulare. Il 6 cilindri a V stretto è stato scagliato a 8.47 metri di distanza, ———- — —– —— —– ——— nel lancio esploso del propulsore™, da questo numero test esclusivo della nostra rivista.

Le espressioni in grassetto sono proprietà esclusiva della Automotive Magazine Incorporated ™. I trattini indicano Trade Mark appartenenti ad altre riviste. E’ possibile contattare il 122.148.148 per conoscere il significato delle parole criptate (lire 635 + iva al minuto).

(1) In lingua malese significa “malattia d’origine psicopatica le cui vittime uccidono indiscriminatamente fino a essere uccise a loro volta” (Dal glossario essenziale di Trilogia Malese, A. Burgess).

(2) Ibidem: “testicoli”.

(3) Ibidem: “gabinetto”.

(4) Ibidem: acronimo del cinese Kung Hee Fatt Choy (buona fortuna e prosperità).

GUIDA QUASI GALATTICA PER VOLONTARI ANIMALISTI – Fabiana Rosa

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Fabiana Rosa condensa in Guida quasi galattica per volontari animalisti tutto il discorso che ruota intorno a Progetto Quasi, l’Associazione fondata nel 2012 per dare una possibilità ad un mucchio di animali anziani, disabili, abbandonati, in genere percepiti dal mondo esterno molto spacciati. L’autrice è stata abile nel costruire una rete non solo efficace per raggiungere l’obiettivo, ma sempre più proiettata verso l’esterno. Tanto per citare solo quelli che partecipano al libro, ha coinvolto Zero Calcare per la cover e Iacopo Melio (#vorreiprendereiltreno) per la prefazione. Il suo punto di vista poggia solido sul basalto dell’esperienza e sulla professione di terapista neurocognitiva per bambini disabili, che già dovrebbe scoraggiare i crociati dell’òccupati di chi ha veramente bisogno se questi avessero una scaglia di coscienza.

Da list-addict l’autrice snocciola il catalogo delle categorie coinvolte e contrapposte nella madre di tutte le battaglie, che poi sarebbe quella per liberare canili e dare una mazzata al randagismo. Facciamo ingresso in un settore dove purtroppo accanto a tanta gente che da una parte si fa il culo quadro e dall’altra si ciuccia relitti e spese relative, prolifera una gran massa di volontari – che supplisce a tante funzioni delle quali dovrebbe farsi carico lo Stato – e di adottanti di merda, vocal-ist, Basaglia Girls, regalisti a tradimento.

“La maggior parte delle persone ha una vita normale e vuole solo un cane, non vuole sentirsi rivolgere un pippone sul suo stile di vita”: infatti il problema è questo impeto moralistico, in un ambiente nel quale Fabiana Rosa rimane lucida nel distinguere tra etica e morale, nel mantenere una consapevolezza situazionale della faccenda e di considerare il gran culo che hanno gli analfabeti funzionali di vivere nel magico mondo dei social.

Rosa è anche un po’ Gadda: esplora fino allo sfinimento tutte le possibilità della parola: è difficile trovare uno sfascione descritto allo stesso modo: ovviamente lo sfinimento riguarda la parola, non la Rosa. Per questo assume rilievo uno degli elementi che costituisce il successo per l’inconsapevole animale: lo scrivere appelli decenti. Benché tutti conoscano questo stile, come anche un certo andarci pesante, Fabiana Rosa illustra con precisione molti punti importanti, tipo le spese necessarie e più comuni per mantenere, curare, stallare, trasportare. L’odissea di un Cicciopallo esemplare è poi la rappresentazione di una situazione nazionale per la quale uno sfascione di Modena NON DEVE finire a Reggio Calabria, scopri il perché. Infine tutto lo strazio del capitolo Incontri: potrebbe non reggervi la pompa, nè il dotto lacrimale.

Ora questo è un saggio. Su un argomento che conosce alla perfezione. Il linguaggio e la visione creano delle aspettative nei lettori. Vogliamo la narrativa. Vogliamo le storie del bar dei rimasti.

Fabiana Rosa – Guida quasi galattica per volontari animalisti – Voce in capitolo, 2016, formato e prezzo Kindle euro 5,90

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