AZUR LANE – LONG ISLAND cardboard model

Last night they call the police I went out for some huge cardboard boxes. The man in the car was crying her name. Maybe was not love just the fear of loosing a place where to live. When he looked at me the officer didn’t know I had all the tools to build an escort carrier vessel in my bag.

We invented this! It’s Cubism! (Pablo Picasso)

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SPAZIO 1999 – COMMLOCK

Il commlock e la pistola laser in dotazione al personale di Base Alpha sono oggetti di design originale che hanno contribuito al successo di Spazio 1999. Il commlock (trasmetteva, riceveva e permetteva di aprire e chiudere le porte) offriva la possibilità di qualche ripresa – al solito, tra cazzeggio e critica – relativa all’evoluzione dei sistemi di comunicazione personali. Si partiva con un semplice pezzo da display statico, ad un certo però è affiorata l’idea che poteva essere riciclato un mp3 inutilizzato per problemi all’ingresso cuffia. Il prodotto finale poteva risultare più vivo e anche più gratificante tipo per un cosplayer. Questa deviazione ha comportato delle modifiche importanti, ma scava scava con frullino e scalpello alla fine è andata.

L’evoluzione del comunicatore personale? Mah…

Mi prende la frustrazione ogni volta che vedo lavorare una stampante 3D, ma qui i materiali sono un quadro di abete per il corpo, mdf per i pulsanti (non ho trovato vecchie calcolatrici da saccheggiare), plastica leggera, tondino d’alluminio per l’antenna e plexiglas da 2 mm sagomato a caldo per la clip e il paraluce. Sul pannello laterale con i tasti dedicati al computer (così dicono) sono stati praticati dei fori per comandare l’mp3.

Con l’installazione dell’mp3 sono emersi due problemi. Il primo è che per qualche motivo lo schermo sembra poter restituire le immagini solo rovesciate. A nulla è servito ribaltare il file all’origine. Il secondo riguarda i video, con la difficoltà, anche cercando in rete, di trovare il sistema di compressione adeguato. Nulla che qualcuno più smaliziato di me non possa risolvere.

In finale il solito pretesto per risolvere problemi costruttivi – come fare le cose? – che si presentano in corso d’opera. Messo all’asta su ebay con partenza a 0,99, è stato aggiudicato a 91 e spicci, l’utente è molto soddisfatto e io pure.

LA PISTOLA SOTTO IL CUSCINO – Psicanalisi, benessere e armi da fuoco

Il Dottor Jacob Gänschzwerg nel 1959

“La civiltà non è mai riuscita completamente a distaccarci dalla violenza, che non è animale come molti preferiscono pensare quanto culturale. E’ un fatto. Non esiste benessere maggiore che quello derivante dalla potenzialità di uccidere. Questa aggressività si rifletterebbe anche negli oggetti “transizionali” che sono necessari all’uomo in ogni età se le inibizioni dettate da quella stessa società non preferissero relegare tra i comfort object bambole e orsacchiotti.”(1)

Nel ricco e articolato dibattito sulla psicanalisi degli anni Cinquanta le teorie di Jacob Gänschzwerg meritano un ruolo determinante che oggi, in un clima di regressione civile, comincia ad essere sottolineato e strumentalizzato, operazione che definisce in un certo senso la forma di un successo. Già terreno fertile per qualsiasi terapia che potesse alleviare le sofferenze di una società che nell’immediato dopoguerra si trovava sotto pressione a tutti i livelli, era inevitabile che a recepire con maggiore attenzione questi studi fossero gli Stati Uniti, dove il rapporto con le armi è vivo e garantito dalla Costituzione. Pediatra e terapeuta, Jacob Gänschzwerg aveva cominciato ad elaborare le teorie basate su simulacri di armi da tenere con sé durante il sonno per attenuare un’esperienza angosciante su un gruppo di persone legate da relazioni intime e dirette. Sposato in prime nozze con l’infermiera Anne von Schwaben, divorziò dopo aver conosciuto a Londra – dove si trovava in seguito alla presa di potere del nazismo – una nobile oromo in esilio dopo la sanguinosa aggressione italiana dell’ottobre 1935, Sybil Nida. Fu un incontro che cambiò anche la sua vita professionale, offrendo la possibilità di verificare le sue teorie su un campione di esuli vicini alla moglie. Con diversa intensità il gruppo soffriva di disturbo da stress post traumatico (che sarebbe stato riconosciuto nel DSM-III solo nel 1980) dovuti al conflitto e soprattutto ai massacri seguiti all’attentato a Rodolfo Graziani (2). L’attenzione era sempre stata rivolta ai combattenti, dallo shell shock alla battle fatigue, ma già allora era indubitabile che forme di quello che oggi definiamo PTSD coinvolgessero anche i civili.

Il secondo set fatto realizzare da Jacob Gänschzwerg a New York (per gentile concessione del New York Psychoanalytic Museum). Quello originale, commissionato a Londra, è andato perduto. Il terapeuta diede solo indicazioni sommarie al laboratorio di falegnameria poco distante dal suo studio. “Allo stesso modo che non bisogna indossare indumenti con gli elastici quando si dorme, nei simulacri non ci devono essere elementi in metallo. Anche quando l’oggetto non è monolitico si dovrà ricorrere esclusivamente ad inserti e spine in legno.” Tra i pazienti affetti da nevrosi Il 62 % del campione femminile preferiva la Colt, cioè l’arma dalle dimensioni maggiori, il 34 % la Derringer e il restante 4 % si divideva tra la Luger e la semiautomatica generica. Per il campione maschile le cose cambiavano radicalmente: il 54 % sceglieva la Luger, che riconosceva come tale e che con ogni probabilità associava al potere del nazionalsocialismo, il 30 % la Colt, il 13 % la semiautomatica generica e solo il 3 % la Derringer (The gun under the pillow, ed. 1951).

Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1938, Jacob Gänschzwerg poté verificare il suo pensiero sull’ampio bacino di pazienti in cura presso il suo studio a Murray Hill, New York. E’ negli anni che precedono il secondo conflitto mondiale che stabilisce i punti cardinali della sua teoria e pubblica The gun under the pillow (Marten, 1941). Con la fine della guerra riprende l’attività, potendo contare anche sull’enorme moltitudine dei reduci.

Gli effetti rilevati sul campione tra l’aprile e l’ottobre del 1950 furono incoraggianti. Venne registrata una significativa riduzione dei disturbi come l’insonnia, nevrosi ossessive, depressione, alcuni relativi alla sfera sessuale. In diversi casi di epilessia venne riscontrato un notevole allungamento degli intervalli tra un attacco e il successivo.

Ben più importante, una seconda serie di esperimenti si svolse negli anni successivi, dal maggio 1953 al febbraio 1955, quando il medico tedesco tornò in patria. In questo caso furono selezionati pazienti con disturbi psichiatrici ospitati in diverse strutture dirette da collaboratori di Jacob Gänschzwerg, in particolare la Psychiatrische u Nervenklinik di Rottweil (Dr. Kämpfedel) e lo Psychiatrisches Krankenhaus di Schäferhund (Dr. Horand). In questa sessione non fu concessa la scelta, ma l’arma fu imposta per rilevarne l’efficacia su patologie ben definite. I risultati anche in questo caso si rivelarono estremamente positivi. Si poterono rilevare per esempio i notevoli miglioramenti tra i pazienti con schizofrenia disorganizzata (sia femmine che maschi) che dormivano con l’automatica generica. Per la casistica completa rimandiamo a Zeitschrift für Psychologie, settembre 1955.

Al di là dei mutamenti prodotti dall’avvento della scuola francese, era inevitabile che l’esplodere di una nuova fase sociale a partire dalla metà degli anni Sessanta precipitasse nell’oblio una terapia fondata su simulacri di strumenti aggressivi. Lo stesso Gänschzwerg tornò definitivamente in Germania, dove morì nel 1972.

(1) The gun under the pillow, Marten, New York 1941. Jacob Gänschzwerg e Donald Winnicott si erano incontrati più volte, i loro rapporti rimasero sempre cordiali ma piuttosto freddi.

(2) In seguito all’attentato che ferì il viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani ad Addis Abeba il 19 febbraio 1937 gli italiani scatenarono tre giorni di feroce e indiscriminata rappresaglia. Non solo si trattò di un massacro (cifre variabili tra le fonti, tra le 3000 e le 6000 vittime) che prese di mira civili senza alcuna colpa, ma soprattutto fu condotto in gran parte dai borghesi residenti nella capitale, come una sorta di liberazione di violenza. Cfr. Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, Milano, Mondadori, 1996.

 

SORA GRAMIGNA SORA MIGRAGNA SORA GRIFAGNA, IO SONO MAGAGNA

Dov’è la magagna?

Io sono magagna

LA PORTE DE L’ORIENT – MARSEILLE

Spero prima possibile vivere senza occhiali. Non parlo di un’operazione per correggere la miopia elementare, quanto di mantenere lo sguardo appannato senza altro rischio per la vita che la morte naturale. Per il momento eseguo semplici operazioni come mangiare e bere, eliminare i peli dal naso con uno strumento comunque possibilmente letale come delle forbici a punta e fare la fine dell’amore. Due anni fa un paio di occhiali furono strappati da un’onda a Marsiglia. Le mareggiate e le correnti li hanno trasportati dall’Anse de la False Monnaie verso nord, proprio di fronte alla Porte de l’Orient e questo è quello che quelle lenti ancora intatte vedono in questo esatto momento. Maledette spie.

MISS KOYABASHI – QUETZALCOATL – PAPER DOLL

FREUD FIGHTER – IL VIDEO GAME FPS DELLA PSICANALISI

Doveva essere stato un ragazzo sveglio, di questo era sicuro. E come sbagliarsi? Lo aveva visto guidare una vecchia Mini bicolore, ecco perché se lo ricordava. Aveva realizzato una app per levare il lavoro a qualcuno. A chi? Cercava di mettere insieme frammenti. Oppure qualcosa con arduino che sostituiva un artigiano. Ah, no, no. Ecco. Aveva progettato quel videogame che era stata la delizia degli intelligenti per un paio di mesi. Di che cazzo trattava? Ah, sì. sì.

Elektran a passo veloce lungo le strade di una Vienna in fiamme. La strada è bloccata da carcasse di auto, blocchi di cemento e giganteschi denti. Aggira un molare, cerca di muoversi rapidamente per cercare di raggiungere il tempio buddista. Il tempio buddista se hai scelto di combattere con una donna, per il protagonista maschio la destinazione è la sinagoga. Scavalca dei tubi contorti che un giorno ruotavano dando forma alla skyline, la vecchia ruota del Prader.

Ti stai mordicchiando le unghie. Vieni con me dall’analista.
No.

Ratatatatatatata OSSESSIVO-COMPULSIVO 300 pt

Ehi tu!
Sì? Hei che bella ragazza che sei.
Ti stavi specchiando nel finestrino della Chevy Bel Air.
Sì, certo.
Seguimi dall’analista.
Ma sei pazza!

Bum-bum-bum (si avvicina con circospezione a quello che sembra un cadavere fumante)(l’uomo si rialza all’improvviso e si pettina con un mozzicone di pettine disintegrato) Ratatatatatatata NARCISISTA PATOLOGICO 1800 pt.
(due uomini le si fanno incontro)

Fammi passare.
No.

ratatatatatatata OPPOSITIVO 50 pt.

Fammi passare – dice al secondo.
Sì, certo.
Bene, scansati.
L’uomo non si scansa.

Fammi passare.
Sì, certo.
E allora scansati.
No.
Ti scansi o non ti scansi?
Sì.
Sì che?
No.

Ratatatatatatata – BIPOLARE 120 pt.

Vieni con me dall’analista.
Sono centrato. Non ne ho bisogno.
Ah ah ah. Tutti ne hanno bisogno. Arrenditi.
Ho il mio equilibrio. Ho tutto.

Ratatatatatatata
Non accade nulla.

Ratatatatatatata.
Nulla, ancora.

Bum-bum-bum.
ASSERTIVO DI 7 – LIVELLO – GAME OVER

(FREUDFIGHTER è un estratto da Pregaballin, un racconto di Enrico Azzini, riproduzione riservata)

 

NELL’OCCHIO DI CHI GUARDA

Un occhio umano nelle sue condizioni normali. In assenza prolungata di episodi piacevolmente sorprendenti o inaspettati la pupilla assume le dimensioni che la fisiologia indica come normali, mentre assegnerebbe alla dilatazione del diametro la definizione di una patologia (midriasi).

Nelle mie medie (1979-1981) avevamo in classe un ragazzo che camminava dimenandosi e aiutandosi con le grucce, e anche ad esprimersi lo faceva con difficoltà. Se entrava in un discorso lo si chiamava per nome o per cognome. Mai chiamato handicappato (disabile sarebbe stato più in là da venire), né mai sentito che così lo chiamassero i compagni.

Poverino, quando cominci a sentire le differenze ecco che già è un problema. Normalità e diversità sono come innocenza e colpevolezza. Non nella mente dell’uomo religioso, ma nel semplice diritto. Potresti assumere che tutti siano diversi fino a prova contraria, è sempre una questione di sistema di riferimento, quindi anche di fisica. A questo punto entrerebbe in gioco la volontà di costruire un sistema di coordinate.

Se ti rendi conto che è ormai da molto tempo che nessuno riesce a sorprenderti puoi provare a ripristinare il corretto diametro della pupilla con un autoiniettore di atropina da 2 mg. Le istruzioni sono molto semplici, indicate anche per degli analfabeti di ritorno. Questi dispositivi hanno cominciato a distribuirli nei quartieri dove non succede poi molto, è sufficiente recarsi al Municipio, non è necessaria l’impegnativa del medico.

Il rifiuto della cura può configurarsi a qualsiasi livello. La visione corretta è un obbligo che rientra in un ordine di grandezza che consideriamo un assioma fisiologico o sociale. La scala è importante quanto lo scegliere. In un racconto di Borges (che, come tutti sanno, morì cieco: è in Il testimone, Antologia personale) si spegne l’ultimo Sassone, come nel tempo vi fu un giorno in cui si spensero le ultime pupille che videro il Cristo; la battaglia di Junìn e l’amore di Elena morirono con la morte di un uomo.

Sarebbe da vedere quale sia il rapporto che gli strumenti che la scienza e la tecnica ci mettono a disposizione ha con le immagini, se le conservino in qualche modo anche se non siano stati progettati a scopo di registrazione e storage. A volte, nel dormiveglia del mattino, riesco a vedere, leggermente confusi di rosa e azzurro splendidi, lo Château d’If e le Isole oltre la Porta d’Oriente e mi chiedo se questa visione non sia dovuta alla benevolente trasmissione di Marsiglia proveniente dai miei occhiali persi e annidati tra gli scogli tra l’Anse de Maldormé e l’Anse de Fausse Monnaie.

Mi chiedo inoltre se in certe lenti a contatto ingiallite come ambra possano ancora risiedere i segmenti fossili delle gelosie e del sangue incosciente al picco dell’epidemia (Rock Hudson era morto da poco) prima che lei partisse per l’Ungheria, delle mareggiate di ottobre o di grandi speranze.

IL GRANDE CINEMA ALL’ASTA A LOS ANGELES – NANO: PAPERINO? BATTE TUTTI I RECORD

Non ce l’ha fatta questo povero pupazzo di Yeti: il gigante del 20° secolo contro NANO: PAPERINO? Il simulacro che tutti ricordano appeso all’elicottero è stato aggiudicato per 1,2 milioni di $, mentre il lotto relativo al film che molti reputano superiore a Blade Runner di Ridley Scott quasi il doppio, 2,15 milioni di $.

Si è svolta venerdì scorso nella sede californiana di Christie’s l’asta dedicata ad alcune tra le più preziose memorabilia del cinema dell’ultimo mezzo secolo. Tra i pezzi più attesi battuti a Santa Monica il gigantesco simulacro di uomo delle nevi utilizzato in Yeti: il gigante del 20° secolo. Capolavoro assoluto del genere, diretto nel 1977 da Frank Kramer e con un glorioso cast nel quale spiccava Antonellina Interlenghi, sembrava potesse spuntare il prezzo più elevato se non avesse trovato sulla sua strada NANO: PAPERINO?, il kolossal e instant cult movie che alla sua uscita stupì critici e pubblico.

Il grande successo del film fu attribuito alla sceneggiatura – che ottenne una statuetta, le altre per miglior regia, scenografie, musica e miglior attore non protagonista, Nano – e soprattutto ai dialoghi. Assolutamente straordinarie le battute della scena d’amore tra Chaney e Lora nell’appartamento di Dick. La bozza di questa scena fu scritta in una camera di motel, richiese un mese intero e lo stimolo di tutte le sostanze psicotrope allora conosciute più una che sintetizzarono direttamente lì per lì, la quasidrina. Parliamo di una sensibilità e di una attenzione ai dettagli che ne fanno probabilmente una delle scene d’amore di maggior successo della storia del cinema.

Il lotto d’asta relativo alla realizzazione di NANO: PAPERINO? comprendeva la sceneggiatura completa, lo storyboard, diversi costumi di scena ed una serie di preparative per quello che fu uno degli elementi più complessi del film, il linguaggio. Un think tank composto da linguisti, glottologi, antropologi e sociologi lavorò per circa un anno per mettere a punto una forma linguistica che soddisfacesse gli altissimi requisiti che la produzione riteneva assolutamente indispensabili. L’idea di base fu ispirata dalla neolingua apparsa in 1984 di Orwell, ma con una sfumatura ancora più radicale. Tra gli oggetti del lotto infatti una nota scritta su un tovagliolo di carta del Peggy Sue’s 50’s Diner – l’unico posto dove puoi mangiare qualcosa sulla I 15 tra Barstow ed il confine con il Nevada –  dal linguista Arthur J. Buzzi. Nonostante sia stato reso piuttosto illeggibile da una sbadataggine, conserva ancora la tensione ideale di chi lavorò al film:

“L’idea è questa: sono sopravvissute solamente poche parole e ogni comunicazione avviene combinando questo vocabolario essenziale. Questa potrebbe essere una tipica conversazione tra due impiegati del catasto appena usciti dal lavoro.
Nano: Paperino? (Come va?)
Paperino. (Bene)
Bistecchina? (Andiamo a mangiarci qualcosa?)
Paperino! (Bella idea!)
Ambulanzina ambulanzina? (Ma non ti sei sentito troppo bene ieri, ve’?)
Paperino. Ambulanzina ambulanzina bistecchina (Già. Credo di aver mangiato una cofana di roba che mi ha fatto male)
Ambulanzina bistecchina Paperino! (Ho saputo che oggi hanno portato della roba da mangiare veramente buona!)
Paperino Paperino! (Accidenti)
Nano? (Andiamo?)
‘namio! (Andiamo!)
Ma hai detto ‘namio?
No, ho detto Nano, perché?
Ho sentito ‘namio, io a te te denuncio, sovversivo, ribbelle della Luisona!
Te me denunci un cazzo, pezzo de merda! E poi è tanto che te lo vojo dì, me scopo tu sorella!
Paperino Bistecchina Paperino Bistecchina Paperino! (‘sta zoccola! E’ capace che se fà mette ‘n mezzo da tre alla volta).

Una delle tavole a colori dello storyboard originale, la quasistarship di Chaney atterra sulla piattaforma T-65 di Extralaurentino. Ancora pochi minuti e il protagonista si congiungerà con Lora nell’appartamento di Dick.

Dall’asta di Santa Monica insomma una nuova conferma che il mondo del cinema e forse la nostra stessa vita non sono stati più gli stessi dopo l’uscita di NANO: PAPERINO?

LA MANO SUL MARE

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Mano di Sir Edward Harland, fondatore del cantiere Harland & Wolff, BELFAST. Caratterizzò i suoi progetti con chiglie piuttosto quadre e strette. Le prime realizzazioni in proprio ebbero nomi tutti mediterranei, Venetian, Sicilian e Syrian. Nessuna nave realizzata nel cantiere irlandese che porta il suo nome insieme a quello di Gustav Wilhelm Wolff raggiunse tuttavia la notorietà di quella che salpò per il viaggio inaugurale il 10 aprile 1912. 

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Mano che vernicia il friso di un motopesca, NETTUNO. La necessità del quotidiano per vivere e per manutenere infilata nel sublime di un sindaco di Belfast e Membro del Parlamento e una creatura così morbidamente immaginaria. Necessità indifferente al grigio che ormai è stato diluito, finisco il barattolo pure se è tardi, gli zinchi, lo spalmo che ti pizzica il naso e solo un velo sull’occhio dello scanajo, dà pioggia e se non ci si sbriga sono cazzi.

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Mano leggiadra di donna che celebra un certo ottimismo sul futuro, Deutschen Schiffahrtsmuseum, decorazione interna nave da crociera, BREMERHAVEN. La donna solleva lo sguardo perché la sua figura seminuda fa ombra ad alcune reliquie del Wilhelm Gustloff, il piroscafo protagonista del più tragico naufragio di tutti i tempi. I siluri lanciati da un sommergibile sovietico e le acque gelate del Baltico (era il 30 gennaio, oggi) non lasciarono scampo ad oltre 9000 persone, tra militari e civili. La residua memoria del dramma la dobbiamo a Gunther Grass con Il passo del gambero.

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Aperitivo indipendente indicando qualcosa che accade all’Arsenale, VENEZIA. Una Biennale di qualche Arte, innamorati con lei via i sandali, molti calli da fare. L’U513 ha sceso lo scivolo e ora galleggia alla deriva, urtando i tavolini e spillando goccioline arancio. Maggior fortuna per Catiusha +1(514)583-6198, addio al celibato, lo sperma pare fa bene alla pelle. 

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Mani che puliscono e riparano reti, ANZIO. Davanti a questi gliuommeri si sdrammatizza che se le mani avessero paura come ce l’hanno gli occhi allora non farebbero più niente. Ma lo gnommero, garbuglio, groviglio, stanno tutti nella vita, ci vogliono occhi e mani buone ed un orologio da polso non privo di grazia.

(foto e testo di Enrico Azzini)

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